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I cellulari e le badanti secondo la cassazione: il caso di Monza

Non di rado, le famiglie si lamentano del fatto che la propria badante usa sempre il telefono e non sanno come comportarsi. Si tratta di un fenomeno molto frequente e che è fortemente radicato.

Sono molti i casi di famiglie insoddisfatte della loro badante convivente poiché è sempre al telefono. Questo comportamento della badante può però non essere solo sinonimo di incompetenza e svogliatezza, ma anche di qualcosa di più. Certamente, un comportamento del genere da parte dell’assistente domestico non è tollerabile e mostra poca professionalità da parte della badante. Tuttavia, sono molti i motivi che portano a questa condizione, nello specifico dalla lontananza della badante dal suo paese, dalla sua famiglia e dai suoi cari.

In molti casi, le badanti usano il telefono per contattare e massaggiare con altre badanti che, come loro distanti dal loro paese, possono essere di supporto, soprattutto nei casi in cui vi è una scarsa conoscenza della lingua italiana. Affinché venga risolta la situazione, può essere utile cercare il dialogo con la badante. Per aiutare la badante a uscire dall’isolamento, può essere d’aiuto cercare di integrarla, anche all’interno dell’ambiente familiare.

In questo modo, la badante si sentirà parte di qualcosa e sarà maggiormente stimolata a ricoprire il suo ruolo con precisione e professionalità. Il dubbio è stato risolto dalla Corte di Cassazione, la quale ha stabilito che usare il cellulare sul posto di lavoro può causare il licenziamento del dipendente. Il telefono infatti è una grande fonte di distrazione e può portare il lavoratore a perdere molto tempo e anche a commettere errori e negligenze. Tuttavia, se il comportamento del dipendente rientra nella “normale tollerabilità” basterà un richiamo disciplinare e non la misura estrema del licenziamento.

Invece non è mai consentito il sequestro del telefono personale e la perquisizione sui dipendenti; questo perché il divieto riguarda l’utilizzo dell’apparecchio e non il fatto di averlo con sé.

Sarà interessante riportare un famoso caso di Cassazione in cui la Corte ha considerato legittima la creazione da parte del datore di lavoro di un falso profilo Facebook tramite cui chattare con il dipendente e intercettare così il comportamento scorretto dello stesso. La Suprema Corte ha ritenuto questo comportamento da parte del datore di lavoro giustificato poiché si tratta di un’attività di controllo che non ha ad oggetto l’attività lavorativa ma l’assunzione di comportamenti illeciti da parte del lavoratore: tali comportamenti inoltre possono inficiare il patrimonio aziendale sotto il profilo del regolare funzionamento e della sicurezza degli impianti.

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